Il Fantasma del Palazzo. Video

Il Palazzo fu costruito su un colle, sul punto più alto della città, nella metà del XVI secolo, dalla nobile famiglia Caracciolo, trasferitasi ad Atripalda. Si dice che il Palazzo, ormai in rovina da decenni, sia infestato dai fantasmi. Personalmente, ho sentito decine di racconti davvero impressionanti, ma quello che sto per raccontarvi ha dell’incredibile. Nei primi anni ’90 era in compagnia di altri due miei amici. All’epoca avevamo poco più di 9-10 anni. Affascinati dalle storie dei fantasmi, decidemmo di andare al Palazzo, spinti dalla voglia di trovarne uno. Come già detto, l’edificio era in rovina e inaccessibile, tranne che per il pianterreno.

La struttura appariva come un rettangolo vuoto, con le quattro mura ancora in piedi. Tra il pianterreno e il piano superiore non c’era divisione, formando così un unico ambiente. Ricordo che su un lato c’erano delle scale che portavano al piano superiore, ma erano completamente distrutte.

Riuscimmo a mala pena ad intrufolarci nel pianterreno e, da quella sala enorme e vuota, senza soffitto, si accedeva al giardino retrostante. Dopo una ventina di minuti uscimmo dal Palazzo e ci fermammo poco distanti dall’ingresso. All’improvviso, incredibilmente, un anziano si affacciò dal piano superiore del Palazzo. La cosa era già di per sé un mistero: come poteva trovarsi lì?

Ma ciò che ci spaventò di più, fu che l’uomo iniziò a lanciarci contro delle pietre e, con gli occhi pieni di rabbia, ci urlò di andarcene immediatamente. Senza nemmeno pensarci due volte, scappammo via. Tante furono le domande: chi era quell’uomo? Come poteva affacciarsi se il pavimento di quel piano era crollato, come pure le scale adiacenti? Perché era così furioso? Ma la storia non finisce qui. La notte successiva ebbi un incubo: sognai quell’uomo.

Era furioso, con gli occhi rossi dalla rabbia. Mi afferrava forte per il collo, stringendolo fino a farmi mancare il respiro, mentre mi urlava: non tornare mai più al Palazzo. Non riuscivo a parlare; a malapena respiravo. Con un cenno della testa, acconsentii alla sua richiesta e, così, mi liberò. La mattina seguente, ancora impaurito, corsi dai miei amici per raccontare loro il mio sogno. Con mia grande sorpresa, scoprii che avevano avuto lo stesso identico incubo.
Articolo a cura del socio ricercatore del CUFOM: Giuseppe Corcione



